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Il dialetto non è solo il modo con il quale l'uomo nel corso dei millenni ha comunicato con i propri simili, ma rappresenta il mezzo con il quale ha comunicato in maniera più completa ed immediata. Il "dialetto" non va solo considerato come un qualcosa che caratterizza il linguaggio di una "tribù", ma un mezzo efficace e preciso con il quale comunicare e trasmettere qualsiasi situazione dell'animo, ricco di sentimenti, di umori, di un'incredibile serie di convenzioni di sfumature e codici, che combinandosi tra loro danno origine ad un linguaggio spesso armonico e poetico.
Il modo con il quale si parla abitualmente il dialetto rappresenta anche la necessità, di comunicare attraverso tutto ciò che lo caratterizza, cadenze, ritmi, suoni, le nostre origini, quello che siamo; il termine non ha solo un significato intrinseco ma molto spesso è onomatopeico. La forza dei dialetti sta appunto nella loro capacità di facilitare la comunicazione.
"Non esiste un dialetto romagnolo - ebbe a dire Friedrich Schürr, famoso glottologo austriaco che del dialetto romagnolo si era occupato con passione - ma una infinità di parlate romagnole digradanti di luogo in luogo, quali continue variazioni su un fondo comune". Di fatto il romagnolo costituisce un patrimonio lessicale assai ampio, riconducibile a una area geografica che si è formata fra influenze varie, invasioni, contese e campanilismi esasperati. Tanto che il confronto può trasformarsi in un multiforme gioco del diverso su una radice comune.
Il nostro dialetto, come è noto, deriva dalla lingua dei Celti e da quella dei Romani; se si vuole ricostruire il peso delle varie componenti linguistiche che sono alla base della nostra parlata, il processo comunque risulterebbe lungo e difficile. Per pura curiosità cerchiamo di sottolineare come nel nostro dialetto, permangano tuttora, più che nell'italiano, alcuni vocaboli di pretta impronta latina…
RELIQUIE LATINE NEL DIALETTO ROMAGNOLO
di Umberto Foschi
Il nostro dialetto, come è noto, deriva dalla lingua dei Celti e da quella dei Romani; una parlata che si è amalgamata, come afferma Federico Schürr, fra il secolo VII e VIII, quando la Romania, chiusa entro il Limen Longobardicum, veniva a poco a poco acquistando quella sua precisa identità che ancor oggi la distingue fra le altre regioni d'Italia.
Sarebbe lungo e difficile ricostruire il peso delle varie componenti linguistiche che sono alla base della nostra parlata e dire della sua lenta, ma ininterrotta trasformazione attraverso i secoli ed il perché delle diversità della pronuncia e delle differenze lessicali spesso notevoli da località a località. Un lavoro questo di carattere prettamente scientifico che soltanto esperti filologi potrebbero svolgere.
Noi accontentiamoci ora, per pura curiosità, di sottolineare, come nel nostro dialetto, permangano tuttora, più che nell'italiano, alcuni vocaboli di pretta impronta latina. Si tratta di vocaboli quasi sempre attinenti alla civiltà contadina che, coi suoi attrezzi, il modo di lavorare era rimasta fino a qualche anno fa, immutata dai lontani tempi della colonizzazione romana.
Il nostro tradizionale aratro, detto in dialetto partighér, prende il nome dal latino perticarum e la sua parte detta in italiano coltello si chiama tuttora cóltar dal latino culter; la zércia, dal latino circula; il pagliaio si chiama, in alcune nostre località, fegna dal latino foema (derivato da foenum). Il badile (e badil) deriva da batilum; il biroccio (e baröz) da birotium (bis-rota); la zolla da noi si chiama ancora côdal, dal latino cotulum e la porca ad aiuola dell'orto, da noi detta cuncola, deriva da cum colere (coltivare insieme nello stesso posto). La stampella, od il manico del paletto a forma di gruccia, in dialetto si chiama férla, da ferula. La porta-cote da noi si chiama cudér dal latino cotarium; la scheggia resinosa della radice del pino che serviva a fare fiaccole, da noi è detta téda, proprio come il latino teda; lo zaffo della botte o del tino nella nostra parlata è detto dos, vocabolo di chiara derivazione dal latino duco, ducis (porto avanti, lascio passare) ed il nostro ciutur (it. tappo) deriva da clauditorium; zemna (it. giumella) deriva da gemina manus (mani unite a forma di piccola conca); l'Amniôla della pineta di Cervia è un chiaro diminutivo di amnis, fiume, torrente. I piselli, detti in alcune località arveja, ci rimandano al vocabolo arva e l'esclamazione uta! riproduce con una semplice apocope, l'utinam latino; come l'ii di incitamento ai muli, quando c'erano, non era altro che l'imperativo del verbo ire: va! L'aggettivo romagnolo pirce (avaro) corrisponde al latino parcus. Il vocabolo letame, che pure in italiano ricorda l'aggettivo latino laetus, presenta in dialetto, accanto alla forma stabi, alden di chiara derivazione romana.
E la gozzoviglia che si faceva alla conclusione di un lavoro, detta anche benfinida, nel ravennate era chiamata giuvaca in ricordo delle feste a base di mangiate che si facevano in onore di Giove. E gli alari italiani che ricordano i domestici lari in dialetto erano detti cavdun, dal latino caput, capitonis, poiché la loro sommità terminava con una testa: quella di una divinità della famiglia il cui altare era nel focolare: l'urôla, piccola ara.
Sull'urôla c'era spesso la tegghia (o testo) per cuocere la piada; in dialetto si chiama tegia dal latino tegula. Le mammelle delle mucche, pecore e capre si chiamano in Romagna ùvar dal latino uber; la tartaruga si chiama besa (s)cudéra, in cui la seconda parte del vocabolo tradisce la derivazione da scutum, il guscio a forma di scudo di quell'animale. L'uomo che non sa l'è un gnar, un ignaro, da ignarus latino; l'ammalato l'è un gröt, o e fa e gröt da aegrotus, oppure si può anche dire che l'è gior da aeger.
Quando i bambini (i burdel, dal latino burdus) commettono qualcosa che non va agli adulti i rôga, gridano da rogo, rogas chiedo, rimprovero.
Nelle notte stellate si vedono al sët sìdar: le sette stelle dell'Orsa, dove si osserva che il nostro sidar è parente stretto di sidus.
E potrei continuare ancora molto, ma per ora mi accontento di aggiungere, a guisa di "corollario", che i nostri vocaboli anàdar (anatra selvatica), sfòrfan (zolfanello), matra (madia), cutùran (stivaletti), i (secchio di rame), pitar (otre), zilöstar (cero pasquale) sono di chiara marca bizantina.
IN BREVE... qualche vocabolo
Italiano - Dialetto - Latino
ARATRO partighér perticarum
COLTELLO (parte dell'aratro) cóltar culter
PAGLIAIO fegna foema (da foenum)
BADILE badil batilum
BIROCCIO baröz birotium (bis-rota)
ZOLLA côdal cotulum
STAMPELLA férla ferula
ZAFFO DELLA BOTTE dos duco, ducis (porto avanti, lascio passare)
TAPPO ciutur clauditorium
GIUMELLA zemma gemina manus (mani unite a forma di piccola conca)
PISELLI arveja arva
AVARO pirce parcus
TESTO per cuocere la piadina tegia tegula
MAMMELLE MUCCA ùvar uber
BAMBINI burdel burdus
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